Ricordo benissimo il tuo odore, il gesto familiare con cui ti accomodavi le ciocche dei capelli ai lati del viso.
Ricordo con furia e infinita tenerezza il tuo abbraccio, il tuo maglione di shetland carta da zucchero, com’era buono appoggiare la schiena dentro il tuo abbraccio e restare lì, vicino al termosifone, durante la ricreazione, e magari continuare abbracciati anche durante l’ora di latino. Niente di sensuale pensavo, sbagliandomi. – Tu per me sei come mio fratello. Non era così.
L’amministratore del liceo era avaro, o le istallazioni erano vecchie, faceva sempre molto freddo, ma tu eri l’abbraccio, e riscaldavi. La chitarra che ti portavi dietro sapeva spiegare la mia gola, la voce si alzava, volavo da tutte le parti. E lì c’era il cielo, l’erba, la primavera, un inizio d’estate.
Poi, adesso lo chiamano parkour, ti arrampicavi sulle pareti del liceo, sui termosifoni, sui tubi, sui davanzali, diventavi un bambino. Ma eravamo così giovani!
Ogni anno l’otto aprile fa partire il ricordo. Con te si poteva ridere, ridere davvero. Affettuoso e brillante, creativo e geniale, non solo come musicista, caricaturista, comico dalle battute fulminanti, solo che al liceo vigevano ancora regole stantie per definire il talento e non hanno saputo riconoscerti. Così, un piccolo inciampo nella carriera scolastica per qualcuno, per te è stato un trauma. Ti facevo copiare i compiti per casa, ti passavo le versioni durante il compito in classe (anch’io ricevevo quelle traduzioni da qualcun altro), ma accidenti a me che non ho saputo difenderti abbastanza! Le amiche ed io abbiamo provato anche a parlare con uno o due docenti, ma eravamo solo delle ragazzine: più visionarie di loro, certo, ma senza potere per evitare di lasciarti indietro. Dev’essere stato questo e la morte della tua mamma, credo, e quel matrimonio a vent’anni con una stronza che mi ha mostrato quant’eri fragile in realtà.
Moltissimo tempo è passato, non conosco la tua vita adulta: spero che ti abbia risarcito, un incarico al Conservatorio, un sito con la tua musica, che andavo ad ascoltare, un altro matrimonio, anche se ammalarsi a un’età ancora produttiva non parla di ferite risanate. Sapessi che voglia avrei avuto di parlarti, rivederti, provare un altro di quegli abbracci!
Mi resta qualcosa di unilaterale e inconcluso, per questo forse la tua morte non mi lascia.
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