Scrivendo

É piú facile scrivere che vivere

Troppe parole

Tutti parlano.

Non mi piace questo mondo in cui tutti ci sentiamo autorizzati ad esprimerci in pubblico.

Stamattina stavo andando a un concerto di musica classica e nella piazza antistante all’evento un uomo gridava consegne religiose, frasi fatte, ritrite, ma con un vocione minaccioso e un piglio melodrammatico che stavano facendo accorrere un piccolo pubblico curioso.

Pensavo: se non se ne va, dal teatro avremo il beneficio di ascoltare i suoi isterismi durante le pause della musica. Poi in realtà non si è sentito. Forse l’edificio ha un migliore isolamento acustico di quanto credessi, o forse l’aspirante maestro spirituale se n’era andato.

Magari, a causa della sua voce diventata roca da tanto urlare, aveva deciso di continuare a indottrinarci attraverso le sue reti sociali.

Uff, nelle reti ce ne sono tanti di magnifici, e anche qualche magnifica, che pontificano, intervengono, sputano sentenze. Sì, abbiamo il diritto di avere un’opinione, anche di esprimerla nel contesto adatto. E se non ce l’hanno chiesta, e se la gridiamo più forte di un’altra attività in corso? Non abbiamo l’obbligo di entrare nei social, anche se il prezzo è essere tagliati fuori dalla comunità, dalla discussione in corso.

Viene tanta voglia di stare in silenzio.

Le parole sono così preziose. A volte, scelte bene, nel momento giusto, possono guarire, lenire il dolore, accompagnare, illuminare, folgorare.

Credo che la maggioranza ricorderà e porterà con sé una parola, una frase, detta da una persona, letta in un libro. Non sto parlando delle parole che fanno male.

Emily Dickinson, per esempio.

Perché nasca una prateria, bastano un trifoglio, un’ape e un sogno.

E se non ci sono le api e il trifoglio, può bastare anche il sogno.

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