Per quanto i critici dicano che Hemingway ha pescato all’opera di Scott Fitzgerald, per quanto Hemingway stesso affermi che Francis è stato per lui un maestro, il sapore dei loro libri è molto diverso.

Ogni volta mi sorprende e mi devo forzare a riconoscere la verità storica che li vedeva contemporanei.
Fitzgerald suona come il jazz, Long Island più di Parigi, dove so benissimo che ha vissuto, charleston, ruggenti anni dopo e prima delle guerre mondiali.
Parigi, l’Italia, la Spagna, l’Africa: in Hemingway c’è tutto fuorché New York, la guerra si vede e si ascolta, anche quando è passata, e la gente, come qui in Fiesta, porta addosso le sue ferite.

Le ferite di Fitzgerald sono anche quelle crudeli, ma di tipo diverso, silenziose, invadenti, americane.
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