Nella nostra biblioteca in casa ci sono vari libri di Paul Auster, nessuno dei quali è stato comprato da me, anche se poi ne ho letti vari.
Sto rileggendo dopo alcuni anni Storie di New York, cioè la trilogia Città di vetro, Spettri, La stanza chiusa.


D’accordo, Paul Auster non ha avuto una vita facile, ma non per questo dobbiamo perdonargli tutto. In fondo, chi più e chi meno, abbiamo anche noi le nostre grane. Ammetto che, nel suo caso, perdere un figlio basterebbe per assolvere chiunque.
Moon Palace, Leviatano, Mr. Vertigo, La musica del caso: ci sono sempre dei padri, o, quando e perché sono assenti, dei mentori. Ce n’è di straordinariamente crudeli, come il padre di Peter Stillman in Città di vetro, o lo zio di Walt in Mr. Vertigo, ma anche di buoni, come in quest’ultimo libro il Maestro Yehudi, o Marrone, il mentore in Spettri.
Le donne devono essere bellissime e materne, oppure sono il contrario. Non hanno una gran voce nei libri.
Dicono che i suoi libri siano arguti: io non ho riso neanche un pochino; in Spettri, ad esempio, dove tutti i personaggi hanno un cognome che corrisponde a un colore, White, Black, Blue, Brown, e gli avvenimenti principali si svolgono in Orange Street. Nemmeno il fatto che un investigatore segua un altro tipo, che forse a sua volta segue lui, mi ha fatto sorridere, o ghignare.

Leggo i suoi libri e riconosco che si tratta di uno scrittore di quelli che chiamano grandi, il libro spesso mi prende e Auster mi è anche abbastanza simpatico, dalle interviste che ho visto, per niente supponente come tanti scrittori. Però leggendolo non sto bene.
Potrei stare come nel video di Wim Wenders, io, con il libro, una specie di occhio di bue, nel buio.
Lascia un commento