Di nuovo lui, ne avevo parlato quando ho letto del gatto senza nome, Gatto che si chiama Gatto, o qualcosa di simile, come in Colazione da Tiffany, di Capote.

Leggere Sōseki, questa volta Sanshiro, e oltre la trama mi metto a fantasticare su a due cose.
Il libro è uscito nel 1908, il più vecchio dei miei ora defunti nonni aveva allora 4 anni. Penso al nonno, alla sua vita, i suoi abiti, quello che mangiava, almeno come l’immagino, più dai film che dalle nostre conversazioni, e mi concentro su quale fosse la distanza culturale fra i mondi l’est e l’ovest. Sōseki era stato nell’attuale Regno Unito, aveva odiato quell’esperienza, però lo vedi in foto vestito all’occidentale, grandi baffi che ricordano la marzialità occidentale (ma anche l’Imperatore Taishō aveva i baffi).

Di nuevo, come nel caso di Io sono un gatto mi colpiscono le citazioni relative ai filosofi e agli scrittori occidentali, le traduzioni, come le persone colte probabilmente conoscessero di più della culturale almeno tedesca, inglese e francese di quanto in Europa si conoscesse del Giappone.

Poi leggo di Sanshiro e dalla storia dello studente provinciale e sfortunato in amore la mia mente vaga e penso al il viaggio, la distanza fisica che in quell’epoca bisognava coprire per andare da un mondo all’altro. Ho in mente il diario di Nellie Bly, che qualche anno prima aveva fatto il giro del mondo: le grandi navi, gli scali, le attese per aspettare il prossimo passaggio marittimo. Già Suez era stato aperto, nel 1869, inaugurato secondo loro a tema, con la prima dell’Aida di Verdi, e non era più necessario circumnavigare l’Africa.
Il tempo comunque ora è cambiato. Le ore si dividono sempre in sessanta minuti, ogni minuto equivale al passaggio della sabbia nella clessidra, ma il tempo non è uguale, se per andare da Roma a Tokio ci metti meno di 16 ore.
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