Scrivendo

É piú facile scrivere che vivere

Quello che si può imparare da Auster

Prima di tutto quello che si può imparare come scrittrici leggendo Auster è veramente infinito, ma d’altro canto (post anteriore) ho “scoperto” che si sognava le storie: in questo caso come fare a emularlo e imparare a sognare?

La mia terapeuta, molto tempo fa, mi diceva di tenere il famoso quadernino sul comodino e, appena alzata, appuntare i brandelli di sogni. Affermava che a poco a poco i ricordi sarebbero stati più vividi, più articolati e alla fine il sogno si sarebbe dischiuso, e sarebbe apparso manifesto, rivelato, niente più segreti. Ma chi vuole un sogno così? È come togliere felicità, suspence, o anche quel filo d’angoscia alla vita che ci vuole, come quando metti il pepe sulle melanzane. Infatti non lo so se alla fine i sogni si rivelano, perché forse ho solo cominciato a tenere un quaderno sul comodino, o forse non l’ho proprio mai tenuto.

I sogni ad occhi aperti, quelle storie che ti abbordano mentre stai guidando, cucinando, o che ti portano da un’altra parte mentre stai guardando un film, quelle lì sono le più feconde per la scrittura e in me personalmente si affollano, si sovrappongono, sono tante che se le scrivessi avrei già vari libri cominciati. Ma non le scrivo. Cosa succederebbe se le scrivessi, a parte che avrei già vari libri cominciati? Come per i sogni, quelli veri, dentro al sonno, queste storie arricchiscono perché si fanno fumo, altrimenti avresti un erbario, tutto secco, al posto di un mazzo di fiori che ogni tanto esala un po’ del suo profumo.

Su quello che ho imparato da Paul Aster, invece, posso parlare di un trucchetto o due: lui inserisce dei “punti di svolta” nella storia: alcuni te li immagini, altri no, e possono rappresentare per il protagonista grandi disgrazie o trionfi. Nel cinema moderno, apprendi i turning point studiando sceneggiatura. Ci sono regole e tempi fissi, irrinunciabili, quasi algoritmi e intelligenza artificiale, per garantire che la storia sia dinamica. (voglio dire che è obbligatorio per un film attuale un formato: Napoleone di Abel Gance del 1927 poteva durare 5 ore e mezza, oggi hai voglia, ne farebbero una serie, massimo un’ora e mezza più i titoli, altrimenti non lo guarda nessuno, e dopo 20 minuti deve succedere qualcosa che sconvolga la trama …)

https://es.wikipedia.org/wiki/Napole%C3%B3n_%28pel%C3%ADcula_de_1927%29

Per tornare ad Auster, lui annuncia i suoi turning point, anche moltissimo prima di raccontarli, e in questo modo tu stai in pensiero, ma piano piano te ne scordi, e quando ti eri già dimenticata che sarebbe successa una disgrazia, te la fa scoppiare in faccia.

Leggere Auster rappresenta davvero una scuola per la scrittura, e a differenza del manuale per scrivere una sceneggiatura, che ti da tutte le metriche cotte e mangiate per ipnotizzare il tuo spettatore, è proprio la vita del personaggio che viene fuori, Pinocchio diventa di carne e il racconto urgente di quello che gli è successo striscia sotto la tua pelle.

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