L’uomo dalle tante morti, Paul Auster.
Nella sua vita ci sono morti violente, e così anche nei suoi libri: morti di fame, bimbi orfani, morti violente e tragiche, tentati omicidi.
A volte ricorda Dostoievskij, a volte Dickens: la stessa povertà e desolazione, solo che ambientate ai tempi nostri: le sue vittime possono cadere in un fiume, ma anche essere investite da un’auto, così ci sembrano stranamente più vicine a noi, più realistiche che in Dickens, non so se mi spiego.

Ma Auster rende la sua storia del bambino dickensiano di Mr. Vertigo che impara a volare attraverso sofferenza e durezza plausibile nonostante l’elemento fantastico. Dopo qualche pagina ci sembra verosimile che il piccolo demonio dalla lunga lingua si alzi in volo, così le sue disgrazie, la sua strana moralità ci colpiscono più del dovuto, proprio, credo, perché siamo giá tanto in alto.

Era uno che le sognava le sue storie, ne sono sicura. Non sempre, ma i libri più riusciti sono sognati: hanno la logica, l’immagine, la fluidità che trovi solo nei sogni. È una cosa che come scrittrice tu non puoi imparare, visto che o sogni, o non sogni.
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