Mi sono imbarcata a leggere Settologia di Jon Fosse prima di una piccola operazione agli occhi, un libro grosso, molto grosso, che pensavo ci avrei messo un sacco a leggere, soprattutto dopo l’operazione, immaginando di dover stare a riposo.
E invece il viaggio è stato piacevole.
Forse “piacevole” non è una parola giusta. Intenso in una maniera silenziosa, solo con il rumore che fanno le cellule grigie di un’altra persona che vanno e vanno in circolo, un tormentarsi quieto, un sorprendersi spento in cui eventi fuori dall’ordinario, o spaventosi, suscitano un dolore che non ha parole. Può essere qualcuno che si spegne in ospedale, l’incendio di una casa, un bambino che affoga: magari senti l’odore di bruciato, magari hai voglia di pregare, ma non ne parli con altri, te lo tieni come un poco di fuliggine sul viso, un odore salmastro o di disinfettante, e poi basta.
Il cane, il cane Brage è quello che scioglie il freddo, perché si pensa a lui, si sta in ansia per lui, che piscia e caga come un corpo vivo, e beve e mangia cibo inadatto ai cani, ma che con i suoi occhi da cane vede fino in fondo, e con il suo pelo morbido da accarezzare è lui la vita.

In questo caso, sì al Nobel a Jon Fosse. Sì. Sì. Sì. Anche perché il suo flusso di coscienza è reso in nynorsk e il misticismo ci vuole, è il suo.
Lascia un commento