A me e alla Ale, che da allora ha cambiato nome perché non vuol essere più salvatrice di uomini, sono sempre piaciute le storie di Artù e la sua tavola rotonda.
Siamo andate un paio di volte in Inghilterra, e volevamo studiare e poi trovare Camelot: se era riuscito a Schliemann, uno completamente dilettante, un improvvisatore, perché non avremmo dovuto riuscirci noi, che avevamo letto Chrétien de Troyes e avevamo The beguiling of Merlin di Burne-Jones appeso sopra al letto? Dopo, per fortuna, abbiamo lasciato stare.

Abbiamo conosciuto Gawain come il più leale cavaliere di Artù, un poco sbadato, svagato, perché si lascia sfuggire il Graal, ma una brava persona in sintesi.
Nella storia di Ishiguro, che, come ho detto, mi sembra ritragga di più l’incosciente medievale dell’ora Regno Unito che le storie cavalleresche, Gawain mi ricorda don Chisciotte, ma ancora più svagato, ed inoltre vecchio, solo, fino a diventare drammaticamente comico.
Mi sembra l’unica nota comica nel Gigante sepolto, perché non trovo comica quell’infanzia dei sassoni e britanni in lotta nell’Alto medioevo, in un mondo che sembrano non capire, popolato da mostri orrendi, che paiono rappresentare la loro grottesca malvagità materializzata.
Il Sacro Graal, tenuto in mano da Maria Maddalena Dante Gabriel Rossetti (1874)

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