Faceva freddo. Qualcuno gli aveva raccontato che prima, ad aprile, il vento era una brezza fresca e portava l’aroma dell’erba e dei fiori, ma la puzza di cavolo sembrava cancellare anche il ricordo di quei profumi, che pure aveva conosciuto. Si era fermato davanti alle scale del suo condominio, perplesso. Aveva pensato che forse avrebbe potuto assegnare dei nomi, o degli aggettivi a quelle suggestioni di aromi lontani, per ricordarli così, almeno attraverso delle parole. Per esempio, l’odore del giglio era denso, avvolgente, bianco mentre quello delle viole era dolce, ma anche un pochino salato e appena un po’ piccante. Ma Winston Smith era rimasto fermo per troppo tempo sullo scalino a pensare: nel taschino sul petto il telefonino cominciò a vibrare. Il telefono doveva aver registrato il suo impercettibile cambio di temperatura, il battito più veloce del cuore, frutto del suo senso di colpa per aver pensato alle parole e di sicuro a.i. aveva interpretato quei cambi fisiologici nella maniera corretta. A.i. lo sapeva sempre. Winston temeva che nel suo file si stessero accumulando frammenti di evidenza sui suoi dubbi, sul lieve malessere e la scontentezza che lo pungevano a volte, come zanzare inopportune.

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