
Il nostro premio Nobel, Dario Fo, oltre alla conosciuta attività di scrittore per il teatro, di canzoni, di romanzi, ha scritto questo libro su eroi ed eroine degli sconfitti d’America, popoli aborigeni (nel senso di ab origine), africani scampati dalla schiavitù, donne diverse, a volte capaci di farsi seguire per progetti di libertà. Penso che siano punti di riferimento oggi, per chi voglia tornare là.
Fra i personaggi, ci sono anche attori. Mi ricorda un po’ Mistero buffo, che vidi a teatro mille anni fa, in cui Fo fa rivivere il buffone medievale, e, anche se ricostruisce le personalità dei signorotti e dei papi, non ne fa i protagonisti di sempre.
Di nuovo, sono attori e cantastorie i Mezarát, protagonisti della sua biografia, mezzi topi, cioè gente – pipistrello a causa dello svolazzare industrioso a destra e a manca. Bisogna dire, nel caso di Fo, molto a manca e ben poco a destra: il suo approccio è avvicinarsi al popolo, a come vive nella natura e lì si forgia, alle tradizioni, ai canti. Non si può dimenticare il dialetto, tanto più forte dell’italiano.
I racconti orali, le leggende che passano di bocca in bocca, più che indugiare su espressioni di aggressività, maldicenze e fake news, hanno come premessa una vera rete sociale, un fondo sostanzioso per inventare storie, figure chissà mitiche, ma da lasciare alla posterità come pietre miliari. Vuoi arrivare al lago? Salire in montagna? Puoi seguirli.

Fo, anche pittore…
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