John Dos Passos, 1943, pubblicato nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, contesto che non si sente nel romanzo.
Questo il primo shock al leggerlo: mentre mia madre, piccolina, cercava da mangiare dove si poteva e passava notti atterrite sotto i bombardieri che scaricavano morte sulla ferrovia, i personaggi del Numero Uno vivono la loro vita focalizzata all’arrampicata politica del loro capo.
L’altra cosa che mi ha colpita del libro, oltre alla capacità di costruire i personaggi a partire a volte dall’aspetto esteriore, i vestiti, le pose, l’umorismo e alla brillante fattura ei dialoghi, è proprio il tema della politica, ambito in cui agghiaccianti sociopati muovono le persone secondo la convenienza, in una scacchiera di manipolazione e distacco emotivo.

Tyler è forse il meno disgustoso dei personaggi, almeno quello che fa non lo fa per sé, è un alcolista (esisteva già la Clinica Mayo, privato e caro rifugio di ricchi malati o tossicodipendenti, nella quale progetta a volte di rinchiudersi per guarire) e non sarà mai congressista, o presidente, solo vittima.
In una serie che si chiama Mindhunter la psichiatra, parlando di Nixon in quel caso, suggerisce che per arrivare a essere presidente bisogna essere un sociopata (o una sociopata?). Siamo condannati a farci guidare da dei pazzi?
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