Ricordo quando proponevo alla classe l’esercizio di disegnare un extraterrestre. Attaccavano le loro creazioni alla lavagna e poi dicevo, guardando attentamente i disegni che avevano realizzato: – Vedete? Per quanto grandi siano stati lo sforzo e la creatività, tutti questi “marziani” partono dall’umano, cioè, li avete disegnati tutti con gambe, braccia; anche se questo ha un occhio solo e quest’altro tanti occhi, gli occhi ce li hanno. Poi, sembrano tutti quanti maschi; anche voi, ragazze, avete disegnato l’extraterrestre come un maschio! –

La classe partecipava: -Sono vestiti con tute spaziali. Lo spazio su cui si muovono è tridimensionale e lineare allo stesso tempo… – E così via, secondo il caso.
L’idea che volevo trasmettere è che non riusciamo veramente a pensare fuori dalla cultura, che abbiamo un cavo a terra, che l’originalità che pretendevano di avere non può essere assoluta. Le sfere di fuoco di Ray Bradbury, che i missionari cercano di convertire su Marte, sono pensanti e comunicano con telepatia; anche quelle partono un po’ dall’umano. Dalle nostre leggende e storie di fantasmi, forse?
Nel caso del mio ruolo docente, l’idea era quella di problematizzare, con un gioco, a come siamo un’unità con la cultura. Non tanto che ci influenza, meglio siamo dentro una trama e la maniera di “essere noi stessi”, come di dice spesso, è essere coscienti che siamo dentro a un tutto.
Parlando di letteratura fantascientifica, invece, se Bradbury è stato quello che più ha cercato di costruire esseri diversi da noi, paradossalmente l’ha fatto per parlare di noi.

Asimov, Clarke, Herbert, Ursula Le Guin, Lem, Wells, mettiamoci anche Verne: hanno parlato dell’umanità, hanno indicato dove saremmo andati a finire, magari fra tremila anni.
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