Scrivendo

É piú facile scrivere che vivere

Le peonie di Byung

Mi piace moltissimo il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han. Almeno, mi piace l’interpretazione che io do a quello che scrive. In Psicopolitica, per esempio, parla delle terapie psicologiche che puntano all’eliminazione del dolore, di come il dolore però sia una componente della nostra esistenza.

Mi ha colpito la sua discussione sulle “nuove” terapie, che definisco in sintonia con il nostro mondo, il modo di produzione capitalista nel neocolonialismo. Quelle terapie non a caso hanno nomi che combaciano con la logica delle Risorse umane nelle imprese, una logica di rendimento; come dice Han, di far funzionare l’io della persona basandosi sulla presunzione di un io rotto che bisogna riaggiustare (e forse rimettere a posto nella catena della produzione).

Invece ho toccato con mano come la persona assume una determinata posizione in un mondo non che la circonda, perché non si tratta di circondare. Piuttosto, se la persona fosse un tessuto, è fatto da tanti fili che si intrecciano e hanno (e danno) il significato all’unica tela. Una sarebbe un filo, forse un filo che si arrotola, gualcisce, spiegazza. E se lo fa ha le sue ragioni. E forse sarebbe meglio che rispondesse in un altro modo: dipende molto per chi sarebbe “meglio”.

Insomma, oggi stavo leggendo un libro di Han che si chiama La tonalità del pensiero, comprato certamente da mio marito, che è musicista. Ma anche Han è musicista, uno che da ragazzino ha ascoltato la Ciaccona di Bach per violino solo, si è comprato un violino e ha cercato di riprodurla. Lui dice che naturalmente non c’è riuscito, che anche dopo tanti anni di studio non ci riesce… Uno così.

Uno che scrive con le peonie, con il profumo delle peonie nella stanza, un profumo che lo protegge. Han, un altro filo per fortuna impazzito, fuori dalla trama.

Proverò con il ricordo della fragranza delle viole. O forse no, perché  adesso sono gli ultimi giorni di ottobre, e non si autorizza a odorare le viole.

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