
Ricordo ancora con terrore la Dogana postale.
Erano anni in cui non esisteva la World Wide Web, o, se esisteva, si trovava rannicchiata in qualche università. Sentire la voce di tua madre al telefono ti costava un occhio della testa e tutto ti arrivava per posta, perfino le foto, nelle loro buste di carta con uno scomparto dove trovavi i negativi, se per caso volevi ampliarne qualcuna venuta bene per piazzarla in salotto.
Trovare nella tua casella postale l’avviso che ti era arrivato un pacco era una grande emozione. Solo che sul talloncino poteva essere presentato lì, all’ufficio postale del quartiere o, se avevi sfortuna, dovevi andartelo a prendere alla Dogana postale, pagare anche i giorni di deposito, perché magari non andavi tutti i giorni a vedere se ti era arrivato qualcosa e c’era da pagare la giacenza, più una somma che loro decidevano, sempre che le merci (secondo loro, i regali, secondo me) non fossero di un tipo regolamentato dalla legge, tipo una saponetta, un bagnoschiuma, una crema. Per quelle cose lì era necessario imbarcarsi in una trafila che comprendeva una visita al Ministero della Salute.
Ci era chiaro che la roba da mangiare sfusa bisognava dimenticarsela. Si favoleggiava che all’aeroporto ci fosse una stanza intera piena di formaggi, insaccati, dolci e altre leccornie lì introvabili, sequestrate dalle valigie di chi veniva dall’Italia, ma anche dalla Spagna o dalla Francia, con beni nostalgici e proibiti.
Nel mio pacco una volta trovai delle caramelle che erano state scartate e richiuse. Le possibilità erano due. La prima: un impiegato zelante e onesto, uno dei pochissimi in quel regno della corruzione, che aveva cercato sostanze proibite nelle mie caramelle (Non parlerò delle possibilità di riscatto delle proprie cose mediante mazzette). La seconda: qualcuno a cui l’invidia per il poco che la mia famiglia mi mandava aveva dettato lo scempio di un nostalgico dolce che, una volta aperto, anche se prima del COVID, era stato evidentemente gettato.
Quel giorno, vicino Natale, allo sportello c’era un ragazzo tedesco a cui avevano spedito due bottiglie di vino rosso: scuoteva la testa, paziente, triste. Non lo so se, pagati i vari balzelli, gli abbiano ridato le sue bottiglie, perché, dopo aver aperto il pacco di fronte a te, c’era il processo di tassazione e dovevi tornare a riprendere le tue cose il giorno dopo. Il numero di male parole che ti scaturivano al saperlo era direttamente proporzionale al numero di chilometri fra la Dogana postale e casa tua.
Siamo tutti le vittime di un antico genocidio, del colonialismo; per far pace bisogna che le ferite si siano richiuse e che le condizioni siano eque. Qualsiasi riferimento a situazioni in corso è intenzionale: il sangue lascia tracce, la grande violenza pervade le piccole cose.
Ora è diverso, nel mondo globalizzato dappertutto puoi mangiarti il panettone a Natale…
Lascia un commento