È così, sono emersa da più di mille pagine di un romanzo scritto nel 1865 e l’amico comune è ora di Dickens e mio.
Dopo aver passato tutto il mese d’agosto con loro, i personaggi mi mancano. Continuerò a sognarli, come ho già fatto, magari entrando anch’io nella storia, come una protagonista in più, forse un’altra dea ex machina, la svolta a cui Charles non aveva pensato.
Mi mancheranno, sì. Per questo devo cominciare subito un altro libro della lista: Sarà Nick Hornby, un connazionale che a Dickens deve senza dubbio o Elena Garro, messicana, che mi aspetta pazientemente dal Kindle?

Con Dickens c’è stato il piacere di scoprire tante storie, personaggi, di vedere questa folla di protagonisti svilupparsi, diventare sempre più complessi e credibili, le loro storie intrecciarsi fino al finale che è (quasi) tutto felice.
Potrei parlare dello stratagemma a cui è sottomessa una delle protagoniste per avere la certezza della sua buona fede che alla mia coscienza femminista di quasi 160 anni dopo non è piaciuto per niente, visto che alla ragazza, in maniera reciproca, è richiesta una buona fede che lei accorda senza dubitare neanche per un secondo.
Ho già parlato del fatto che uno dei protagonisti, ebreo, è buono e che altri personaggi minori, anche loro ebrei, sono dipinti come pronti ad aiutare, fidati e generosi. Quest’andare contro i pregiudizi e il razzismo dell’Inghilterra dell’epoca mi è piaciuto.
Mi è piaciuta anche la posizione esplicita relativa alla Legge sulla povertà, o Poor Law, per colpa della sua applicazione o cattiva applicazione più pregiudiziale che vantaggiosa per la povera gente.
Le disparitá di classe: quando un personaggio di quell’epoca racconta dalle pagine di un libro di poter contare su di una “rendita” per vivere, io non immagino soldi che gli vengano dal sudore della sua fronte, ma denari che arrivano da contadini che coltivano delle terre non loro, affittuari di case, usura.
Del resto, come si sa, anche il padre di Dickens era stato vittima delle leggi, mandato in prigione per debiti, e il piccolo Charles aveva dovuto lavorare in una fabbrica dall’età di 12 anni. Solo per alcuni mesi, per fortuna.

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