Parlando di donne scrittrici, My Ántonia di Willa Cather, é molto erboso, odoroso, colori e spazi; grossi schifosi serpenti, cani selvatici, pony, aquile, colline. Qualcuno ha detto che il paesaggio é un altro dei protagonisti della storia, e credo che avesse ragione.

Si tratta di un romanzo pubblicato nel 1918 che si legge ancora negli Stati Uniti. Lei, Willa, virginiana trasferita in Nebraska, é stata Premio Pulizer nel 1923 con One or Ours. La mia Antonia é stata tradotta in italiano da Jole Jannelli Pinna-Pintor, per Einaudi e da Gabriele Baldini per Longanesi; ambedue nel 1947. Wikipedia dice che Goffredo Fofi ne ha scritto nel 2023 sull’Avvenire: interesse recente, mi pare, ma non sono riuscita a trovare l’articolo.
La natura é un personaggio del libro, ma lo sono anche i coloni boemi, russi, polacchi che si trasferivano nelle gradi praterie americane, senza sapere una parola della lingua, ma neanche su cosa fosse meglio coltivare, o come andava fatto il pane in un altro clima e con altri ingredienti: lavoratori, creativi, solidali, a volte per loro non era abbastanza per uscire dalla miseria. Alcuni poi non erano in origine agricoltori, né allevatori di bestiame.

Come sempre nelle storie ci sono i sensali, i mediatori d’affari, quelli che portano i lavoratori da una parte del mondo all’altra. Come nell’attualitá, o quasi, gli scafisti, sono gente insieme imprescindibile e truffaldina, o peggio.
A questi personaggi va il mio odio. So per esperienza che (quasi) nessuno se ne va dalla propria terra se non deve.
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