Fra i racconti di Virginia Wolf ce n’é uno che si chiama Kew Gardens, pubblicato nel 1919. Kew Gardens é, come si sa, un immenso giardino botanico al sud est di Londra, fra Kew e Richmond, una strada che per me ha un gran significato, ma questo non interessa per niente.
Tre cose mi colpiscono di questo racconto: emerge il giardino, é estate, c’é la brezza e i fiori, i loro petali, i loro colori e come si mescolano e riverberano, le farfalle, gli insetti, la lumaca, che é uno dei personaggi del racconto, tutto questo é descritto in maniera precisa e coinvolgente. Ma é presente anche la cittá, va bene, sono passati piú di cent’anni, ma si tratta sempre della capitale di un Impero, il suo trambusto, le macchine, i suoi, le conversazioni… Due voci.
L’altra cosa é che solo Virginia nei suoi scritti sa descrivere le passeggiate, la gente che cammina, che si incontra e poi sparisce, i passi, le conversazioni fra sconosciuti che ti colpiscono e popi sfumano via. E’ incredibile come la scrittura segue quei passi, ma che dico “segue”, imprigiona, rende, armonizza con loro.

Poi c’é la gente, e come la scrittrice la disegna a partire da un bastone da passeggio, un gesto, un frammento di conversazione. La persona fiorisce con la stessa importanza della chiocciola nel suo guscio, la “decisione” di salire sul dorso di una foglia. Tutti questi delicati particolari, il caldo, la confusione delle sensazioni, la vibrazione che esce dalla lettura: il risultato é che porti con te quella camminata, gonfia, piena, infinita informazione, una catena di emozioni.

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