Sylvia sapeva scrivere el male, guardarlo in faccia e descriverlo. E’ cosí scivoloso raccontare della Campana di vetro, quella che ti chiude la testa e il corpo che l’ammiro per provarci, e ancora di piú per riuscirci.

Poi c’é la maternitá, e le Tre donne (1963) che la raccontano in una piéce teatrale; l’ansia e l’aspettativa della nascita di un figlio o una figlia, che forse nascono, e si spera nella loro “normalitá”, forse un regalo da parte della madre, e anche un sortilegio per placare il senso di colpa materno. Tanto lei lo sapeva, come donna e come persona con disagio mentale, cosa significa appartenere a un gruppo excluso. Ma un figlio o una figlia che disperatamente si vorrebbe puó dover essere affidato in adozione; o puó non nascere, e lasciare la donna, che l’aveva non fra le braccia ma in testa, con un vuoto che non voglio definire.
E infine la poesia al papá, Daddy, molto intensa, piena di rabbia, odio, perfino paura, e insieme con la necessitá di averlo per potersi costruire. Il padre era morto quando lei era bambina, peccato, altrimenti l’avrebbe ucciso lei.
Il padre é un tedesco fascista, ich, ich, ich, sguardo da Meinkampf, Luftwaffe, Dachau, Auschwitz, Belsen, la guerra, gli occhi blú ariani, tutte le immagini e le rappresentazioni che abbiamo del Tedesco durante la seconda Guerra Mondiale sono lí.

Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.
E nonostante tutto é un padre che sarebbe necessario, se non fosse una borsa di lardo conun cuore di lardo, una foca impresentabile.
Questa é una storia che finisce male, una in cui la letteratura non salva. Sylvia si suicida l’11 febbraio 1963. Nel 1982 riceverá postumamente il Premio Pulizer.
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