Faccio questo esercizio peró, perché no, qualcuno puó farlo con me.
Farsi ispirare dalla prima cosa che vedi aprendo un giornale, o un libro. La prima immagine che trovo sul giornale é una pubblicitá su un film di Srek, sí, l’orco verde. Non lo so se si tratti di un film, un nuovo film, un giocattolo o un libro… quello che capto é l’immagine e basta. Mi viene subito in mente che una amministrativa del posto dove lavora mio marito era soprannominata “Srek”. C’ era un’altra persona a cui era andata un po’ meglio: la chiamavano Fiona. Ma non preoccupatevi, la Srek amministrativa di mio marito era una cattiva persona, parlo di lei al passato perché é stata trasferita. Confido nel fatto che non abbia mai saputo di quell’epiteto, alttimenti sarebbe stato bulling; meglio lasciare lei nella parte della cattiva che faceva cosí bene. Comunque, su di lei si potrebbe scrivere tutta una storia.
Il libro invece dice (traduco dall’inglese): “Come l’immigrazione, aumenta la relazione fra la globalizzazione e la crescita delle cittá; come risultato abbiamo centri urbani estremamente diversi segnati dalle dinamiche dell’immigrazione e dell’acculturazione.” Una palla… Peró il tema dell’acculturazione mi fa immediatamente venire in mente Bamboo Hirst (Shanghai, 1940 – Londra, 10 aprile 2020); una scrittrice cino-italiana.
Figlia di un italiano e di una cinese, Bamboo era vissuta fino ai tredici anni in Cina, in un istituto di suore francesi. Non sapeva niente dell’italia e non parlava italiano, e fu costretta ad abbandonare la Cina per ragioni politiche. Quando dopo piú di due mesi di viaggio su di una nave greca sbarca in Italia a 13 anni, spaventata e affamata negli uffici dell’immigrazione a Napoli, credo. I funzionari, tanto carini, le danno da mangiare.
Questo volevo raccontare: l’esile bambina vissuta in Cina si vede arrivare un panino con la mortadella e, nonostante la fame, non puó mangiarlo. In Cina, racconta, aveva visto sempre il cibo sminuzzato, raccolto con le bacchette, e non c’erano pagnotte dure ad accompagnare il pranzo e la cena, tutt’al piú piccoli “panini” di riso cotti al vapore. Impossibile quindi mordere quel panino; immaginatela a Napoli nel 1953, intorno a lei gente dal cuore grande, ma lei alle prese con quell’oggetto, il suo strano odore, la fetta rosa di carne di maiale con gli “occhi” bianchi del grasso, il pane duro e secco (non un tramezzino di oggi, con le foglie di rucola e i gamberetti).
Questo é l’impatto culturale, cosí comincia il cammino dell’acculturazione. Certo, il testo che mi é capitato parla di cittá, di migrazioni, di globalizzazione. Oggi tutti (é (una generalizzazione che ha i suoi limiti, penso alle donne afgane) sanno comunicare con messaggini telefonici o cos’é una pizza.
Le vie per costruire un testo intorno al tema dell’acculturazione sono infinite. Fra le altre, ci sono le mie personali.
Rispetto all’immagine: non ce l’ho fatta con il panino alla mortadella. Sono vegetariana. Amo i maiali, ma in un altro modo.

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