Il finale del racconto “Cerone”.
Ho costruito il racconto usando lo schema previo, poi ho steso un possibile finale. Ne scriveró un altro di finale, e benvenuta sia la persona che mi posta il suo.
Sul divano ho scoperto che Ivonne, l’infermiera di Michele, nella foga, mi ha anche schiacciato l’alluce con il suo tacco 12; non so se l’unghia sia rotta o che altro puó avermi rotto, ma mi sta facendo male. Il sopracciglio e l’alluce sono per ora le uniche cose che mi fanno male. La scenata e la rivelazione che le ha fatto seguito mi hanno miracolosamente curato l’ansia e il dolore per l’allontanamento di Michele.
Piangendo come una Maddalena e con la mamma che la vigilava attentamente seduta accanto a lei, la ragazza mi ha raccontato che per lei Michele é un santo, che dopo due operazioni e vari tentativi presso altri chirurghi estetici stava, secondo lei, riuscendo a cancellare una cicatrice che le é rimasta dopo un incidente in motorino. Evidentemente é innamorata di lui, perché a me, per quello che ho visto, la cicatrice rimane ancora ben visibile. E’ anche vero che lei sa come camuffarla perfettamente con il trucco.
Non ci poteva credere che non sapessi niente della sua scomparsa, che pensavo che si fosse allontanato da me perché non mi amava piú, o perché l’avevo deluso in qualche modo. La madre invece ha chiesto, sospettosa, perché le stessi seguendo al supermercato e ho deciso di dire la veritá. In fondo anch’io cercavo risposte, e qualcuna ne ho avuta.
Ivonne dice che sembra che ci sia una cliente che lo sta denunciando per negligenza medica, mentre la madre l’ha interrotta per spiegare la differenza che c’é tra negligenza e imperizia; non ho capito niente, ma ricordo che mi aveva accennato di una signora che non era assolutamente contenta con il risultato delle sue punturine: mi aveva anche insistentemente consigliato di non farne mai, che non sempre avevano buon esito. Io avevo capitó peró che il problema fosse dell’altra clinica, quella che aveva a capo il suo professore e che lui non centrasse niente.
La cosa piú strana é il mio sollievo. Non mi importa dove sia andato. Forse in un paese caldo, se mi ha lasciato alcuni dei suoi maglioni. In realtá forse lo avrei scaricato io se avessi piú fiducia in me stessa; capisco ora che essersi rifugiato da me era piú una maniera di nascondersi che un desiderio di stare insieme.
Rita, dopo un’ora al telefono, é venuta da me, con una bottiglia di vino e il dolce, che era brutto ma molto buono. Abbiamo parlato fino alle quattro del mattino.
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