Era un racconto sulla mia antologia delle medie, figurati. The Long Rain, del 1951 (o 1950), in italiano l’ho trovato come Pioggia senza fine. Il tema fantascientifico é uno dei miei preferiti, perché si puó parlare di noi senza parlare di noi. Dello spazio ne abbiamo detto tanto che sembra che ci siamo davvero lassú, non ci meravigliamo piú delle immagini che le nostre macchine ci mandano da Marte. Io sí mi meraviglio. Guardo quelle foto, controllando che non siano foto del deserto nel Nevada o del Marocco adattate per un film, e mi passa un lungo brivido lungo la spina dorsale. Foto da lá! Faccio fatica a diferirlo.
Su Venere non ci potremmo andare, per la nostra tecnologia fa ancora troppo caldo, l’atmosfera é troppo ostile. Ma Ray Bradbury chissá, anni fa ha piazzato lí delle cupole di vetro calde e accoglienti, con un piccolo sole in mezzo, per gli astronauti che avanzavano nel fango, sotto la pioggia continua, evitando creature striscianti, nemiche, che respingevano la colonizzazione umana.
Qui, 8.000 chilometri lontano da casa, ci sono mesi in cui piove sempre. Non tutto il giorno come in Bradbury forse, ma tutti i giorni. (E poi devo dire che ci sono mesi in cui on piove MAI e il cielo é spesso azzurro come nelle favole). E allora penso anch’io, come quegli umani minacciati e ansiosi, di arrivare a casa, accolta da un cambio d’abiti e da una cioccolata calda fumante.
Di Ray Bradbury, invece, ricordo l’intervista che gli fece Oriana Fallaci. L’ho letta tanto tempo fa e mi é rimasto in testa il racconto dei suoi occhi azzurrissimi, della sua gentilezza.
Lascia un commento